blog_01

Barone di Serramarrocco Azienda Agricola: tra vini e vigneti in Sicilia

Fonte: lavaligiadigio.it

Chi o cosa spinge a lasciare tutto (lavoro e famiglia) per dedicarsi interamente alla vigna io non lo so, ma ringrazio sempre quel chi o che cosa perché altrimenti non avremmo i grandi vini che ci fanno emozionare.

C’è chi ha una storia già scritta e forse non può esimersi dalla scelta, come il caso di Marco Maria Marrocco Trischitta di Serramarrocco, conosciuto in Sicilia come Barone di Serramarrocco. La storia inizia da molto lontano, dal nonno di “animo nobile” e dalla nonna, una donna Super, una “gran donna” come la definisce Marco di Serramarrocco, che ha preservato il feudo di famiglia dove sono presenti le barbatelle di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc discendenti direttamente da quelle di Chateau Lafite Rotschild, riconosciute dal governo francese. 

E poi c’è lui, u Barune, che nel 2001 intraprende un lavoro costoso, faticoso, a tratti difficile da comprendere, di riqualifica del feudo di famiglia, un feudo dove si fa fatica a capire dove finisce la Sicilia ed inizia Bordeaux.

Il feudo non è semplicemente una vigna, il feudo è un vero e proprio microclima, geomorfologicamente variegato, terreno biondo, pietre, calcare, marnoso, argilla, circondato dal bosco, la montagna di Erice e le cave di Custonaci, due laghetti abitati da carpe e anatre, un feudo che ogni anno, come regalo, riceve la visita dei fenicotteri rosa durante il loro corso migratorio, come a dire: da voi si sta meravigliosamente bene. D’estate la temperatura è elevata, ma la ventilazione non fa percepire la violenza del sole. La Vigna di Serramarrocco è un vero e proprio “clos“, con diversi cru, ed ospita uve Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Pignatello, Nero d’Avola, Zibibbo, Grillo. Zero trattamenti, solo quando serve zolfo e rame, le piante sono belle, verdi, foglie lucide, trasudano salute.

La densità di ceppi per ettaro è elevatissima (la Vigna del Capitano raggiunge la densità di 9524 ceppi per ettaro, la stessa identica densità di Chateau Lafite Rotschild). Marco infatti ha attuato in vigna la competizione radicale. Le radici non possono espandersi orizzontalmente e sono costrette ad andare giù, alimentandosi dell’intera varietà alimentare che il terreno può donare. Competizione vuol dire anche che alcune barbatelle diventano più forti e grandi, altre addirittura muoiono perché non riescono a vincere la competizione. Alcuni grappoli stanno avanti in maturazione rispetto agli altri, assaggiando l’uva ti accorgi come identici sapori e profumi stanno in vigna e stanno nel bicchiere. In ognuno dei vini di Barone di Serramarrocco Azienda Agricola trovi la terra che ha generato l’uva, trovi il vento, trovi il Barone di Serramarrocco, con la sua eleganza e la sua compostezza.

Durante un meraviglioso pranzo da Cantina Siciliana beviamo un po’ di chicche.

Grillo 2018

Stelle: 3/5

Grillo BARONE DI SERRAMARROCCO AZIENDA AGRICOLA

Zompettante
Un bianco dotato di acidità straordinaria, al naso pungente, verde, menta appena pestata, sorso sapido e minerale. Un vino pronto da bere subito. Adatto al pesce crudo, tartare di tonno o gambero, regge la frittura come quella delle alici ad esempio.

Quojane 2018

Stelle: 4/5

Ammaliante
Lo zibibbo lo riconosceresti a km di distanza. Un naso esplosivo di frutta a polpa gialla, pesca, agrumi, pompelmo rosa, infuso di fiori bianchi e zagara di arancio. Fresco e sapido, diretto, lungo. Un bianco eccezionale adatto per un piatto elaborato di pesce, per la bottarga di tonno o tonno affumicato.

Sammarcello 2016

Stelle: 5/5

BARONE DI SERRAMARROCCO AZIENDA AGRICOLA

Sorprendente
Il sammarcello è un Pignatello in purezza (l’uva più antica, autoctona del territorio trapanese) affinato in vasche di cemento. Il tannino è completamente azzerato, talmente morbido che si può bere anche d’estate con qualche grado in meno rispetto alla temperatura di servizio. Note scure di tabacco e sottobosco sono ampiamente compensate da una freschezza dirompente. Un vino piacevole, immediato, con una propria identità, dal rapporto qualità prezzo eccezionale (circa 16 euro), un vino pronto da bere subito. Non escludo un abbinamento con uno stufato di tonno, apprezzabile sebbene azzardato con il cous cous.

Barone di Serramarrocco 2015

Stelle: 4/5

CBCR
Cresci bene che ripasso, si diceva alle ragazze o ai ragazzi più piccoli quando si riconosceva un potenziale di bellezza che con il tempo sarebbe diventato reale ed apprezzabile! Lo stesso si può dire al Barone di Serramarrocco 2015. Stesse uve del Sammarcello, affinamento questa volta in tonneau da 500 litri. Annata diversa, tannini ancora scalpitanti, le durezze non ancora armonizzate con le parti morbide. Stesso naso scuro accompagnato da ì gradevolissime note vegetali, un vino che necessita di almeno 2-3 anni di bottiglia per essere goduto al massimo. 

BARONE DI SERRAMARROCCO AZIENDA AGRICOLA barone di serramarrocco vino

Serramarrocco 2015

Stelle: 5/5

BARONE DI SERRAMARROCCO AZIENDA AGRICOLA serramarrocco 2015

Elegante
Un vino straordinario il Serramarrocco 2015. Lo bevo in anteprima con Marco e rimango stupito da cotanta eleganza e finezza nel calice. Foglie di alloro e bacche di ginepro, mirtilli neri, note mentolate fresche che invadono il naso e invitano al sorso. In bocca il
Vino è armonico, un sorso pieno, piacevole, prolungato, percepisci la ricchezza di entrambi i Cabernet e la potenza del territorio. Serramarrocco è un Bordeaux cresciuto in Sicilia, parla francese ma i genitori sono siciliani. Abbinabile a carni nobili, piatti ricchi ed elaborati italiani e francesi, un vino senza tempo da bere ora e da bere tra 15 anni. Chapeau

Challenge è la parola che Marco usa di più quando parla, la sfida alla bellezza, la sfida all’eccellenza, alla natura, a chi ti dice che stai facendo una scelta sbagliata, la sfida di ottenere sempre il massimo dai propri vini, di portare nel calice ogni anno il miglior vino che si possa produrre, la sfida di distinguersi ed essere apprezzato per come si è e per ciò che si fa. Posso dire certamente che fino ad ora la “challenge” è pienamente vinta!
Stelle:5/5

La valutazione dei vini è sempre frutto di un’esperienza vissuta in un determinato momento ed in determinate condizioni. Il vino cambia, evolve ed un assaggio fatto in un momento sbagliato potrebbe condizionare il giudizio che in quel caso potrebbe non essere lo specchio reale di quel prodotto. 

Vorranno scusarmi i produttori se non sempre il mio giudizio sarà all’altezza dell’impegno e sacrificio dedicato per imbottigliare quella bottiglia.

Follow and like us:

Firriato, Barone di Serramarrocco e Donnafugata: dal terroir siciliano in provincia di Trapani, tre eccellenze al top nel panorama vinicolo italiano

10-03-2018 – Per Bacco!

X CLOSE

Sicilia, luogo di incanto. Cuore del Mediterraneo dove cultura, storia, arte, natura ed enogastronomia creano un intreccio unico e affascinante. Tutto questo e non solo indusse Goethe nel 1787 a scrivere così: “L´Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell´anima: qui è la chiave di tutto“.
Una destinazione ideale e ricca di fascino, da tenere presente tutto l´anno. Perché la Sicilia è in grado di offrire il meglio di sé in qualunque stagione.Ben collegata da Milano con voli diretti per Catania e Palermo, oppure via mare con confortevoli traversate da Genova. L´importante è avere a disposizione un mezzo di trasporto, una moto o un´automobile, perché in Sicilia si prova un forte desiderio di vedere sempre cosa c´è dietro ogni curva. 
E poi gli amanti del vino non resteranno delusi se tra un bagno nelle acque cristalline delle Isole Egadi, ad esempio, o una visita nell´incantevole città di Erice, andranno in esplorazione della seducente provincia di Trapani a degustare i sensazionali vini di questa zona che, per condizioni climatiche, temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, manifesta qualità che risultano ideali per la crescita della vite e la rendono, senza dubbio alcuno, l´isola del vino per eccellenza. 
Non solo. Grazie ai ben 66 mila ettari di vigneti, la provincia di Trapani si distingue in Europa come la più vasta superficie vitata. 

Dire Firriato (www.firriato.it) significa abbinare immediatamente un marchio d´eccellenza al territorio del trapanese e non solo. Dall´anno della sua fondazione Firriato, grazie soprattutto alla passione e alle intuizioni del deus ex machina Salvatore Di Gaetano, ha saputo coniugare al meglio la tradizione con l´innovazione. E i risultati si vedono: i vini di questa straordinaria azienda si sono imposti nel panorama enologico nazionale, arrivando a conquistare i più prestigiosi riconoscimenti dalle guide e dagli esperti del settore. Tra i segreti di un tale successo c´è di sicuro una perfetta e meticolosa cura in tutti gli aspetti del ciclo produttivo, dal vigneto alla cantina. Firriato, inoltre, si è fatto custode di un patrimonio ampelografico di grande spessore e di elevata qualità, riuscendo a realizzare vini unici per complessità e stile produttivo. Vendemmia dopo vendemmia ecco che le etichette di Firriato hanno conquistato palati, tavole, ristoranti ed enoteche. 
Tra le punte di diamante della produzione si colloca l´Ecrù. Pluripremiato, è un eccellente vino dolce realizzato con uve Zibibbo e Malvasia. Si presenta al calice rivelando un seducente color oro con riflessi ambrati. Offre al naso un invitante panorama di profumi che spaziano dall´albicocca all´arancia candita, sino a miele d´acacia e fiori dolci di zagara. Delizioso al palato, al quale si offre leggiadro, sapido e irresistibile.
Sempre nella linea Top, troviamo due rossi singolari: l´Harmonium e il Ribeca
Il primo è un Nero d´Avola in purezza dal color rubino luminoso. Elegante al naso, si avvertono percezioni di prugna, viole, cacao e tracce di chiodi di garofano. Il sorso appare equilibrato, si apprezza in particolare il corpo denso, succoso e intensamente fruttato. 
Il secondo è invece un Perricone in purezza e vanta pure lui un intrigante color rubino. L´olfatto è coinvolgente e stuzzicante, grazie ai richiami di ciliegia matura, arancia rossa, cannella e alloro. Composto e armonioso al palato, imprime un accenno di acidità che risulta particolarmente rinfrescante e una trama fenolica fitta e rotonda. 

A circa mezz´ora di macchina da Trapani, si arriva facilmente a Fulgatore dove sorge il quartier generale dell´Azienda Agricola Barone di Serramarrocco(www.baronediserramarrocco.com), la cui origine storica appare molto interessante e risale addirittura alla prima metà del Seicento. In quel periodo la peste si era abbattuta sulla Sicilia, flagellando gran parte della popolazione, finché un lontano antenato di Marco di Serramarrocco, attuale proprietario dell´azienda, Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles signore di Serramarrocco e Capitano di Giustizia di Salemi, si distinse con grande coraggio e spirito di abnegazione nel salvare più vite possibili. Fu allora che, in segno di ringraziamento, Sua Maestà Re Filippo IV di Spagna e di Sicilia gli donò un Feudo Reale comprensivo di alcuni ettari vitati. Oggi, una parte di quegli stessi ettari, costituiscono il cuore pulsante dell´azienda, estesa su 60 ettari totali di cui 22 a vigneto. 
Riconosciuta come prima Erice D.O.P. della provincia di Trapani, le uve che spadroneggiano lungo la Strada del Vino a un´altitudine media di 380 metri sul livello del mare, sono: Pignatello, Nero d´Avola, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Zibibbo, Grillo e altre varietà autoctone a scopo sperimentale.
Da uve Pignatello in purezza raccolte a mano nella Vigna del Capitano, viene realizzato un meraviglioso Cru, che si colloca a buon diritto tra le etichette siciliane al top: il Barone di Serramarrocco. Seduce e appaga lo sguardo rivelando un intenso rosso rubino. Dal calice emana un ventaglio olfattivo che spazia dai frutti neri maturi alla liquirizia, passando da cannella e cioccolato vanigliato. Strepitoso e perfettamente equilibrato al palato, libera in un colpo solo straordinari sentori balsamici e di macchia mediterranea, accompagnati da una piacevole e sottile acidità.
Dalla vigna Sakkara di Nero d´Avola, ecco un altro cru: il Nero di Serramarrocco. Pure lui si presenta al calice vestito di un rosso rubino pressoché impenetrabile. Al naso regala effluvi di amarena in confettura, alloro e rosmarino. In bocca è ampio, la struttura è massiccia. Imprime una scia sapida che fa da preludio a un lungo finale ricco di tipiche sensazioni marine.
Elegante ed equilibrato taglio bordolese è il Serramarrocco, realizzato con un blend di uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Si presenta agghindato da una decisa e concentrata tonalità rosso rubino. Cattura il naso sprigionando una sequela aromatica composta da frutti di bosco in confettura, rabarbaro, liquirizia e note speziate. Simmetrico al palato, ma anche sensuale e aristocratico. Emergono un tannino perfetto dalle trame di seta, una freschezza ottimamente integrata e una tinta minerale, che chiude su una persistenza praticamente interminabile. 
Dal vigneto della Quojana, uno zibibbo secco al 100% da abbinare a un bel risotto con scampi e zafferano. Stiamo parlando del Quojane di Serramarrocco, un altro grande vino che rappresenta al meglio il terroir. 
Bagliori dorati catturano lo sguardo, mentre immediate sensazioni agrumate avvolgono il naso, accanto a cedro, lime, frutta tropicale e mandorle. La bocca è percorsa da un´acidità quasi citrina, mentolata e sapida sul finale, con echi rispondenti e sottili richiami fumé. 

Da oltre trentacinque anni, la famiglia Rallo gestisce con passione, lungimiranza e particolare attenzione al territorio, quei vigneti che sorgono sulle terre di cui Tomasi di Lampedusa parla nel romanzo “Il Gattopardo” e le indica sotto il nome di Donnafugata. 
Dall´omonima azienda Donnafugata (www.donnafugata.it), che altri non è che la “donna in fuga” Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV di Borbone, la quale nei primi dell´Ottocento è sfuggita alle truppe napoleoniche, ecco una delle migliori rappresentazioni di Passito di Pantelleria, fiore all´occhiello di una già nutrita squadra di etichette di alto livello e dai nomi evocativi. 

Stiamo naturalmente parlando del Ben Ryé, dall´arabo figlio del vento, proprio perché è il vento stesso uno dei protagonisti sull´isola e soffia costante sui preziosi vigneti.
Un passito realizzato in purezza con i migliori grappoli di uve Zibibbo maturati al sole di Pantelleria.
Per questo nettare degli dei, che può invecchiare sino a vent´anni, la lista di riconoscimenti nazionali e internazionali si spreca: dai Tre Bicchieri del Gambero Rosso ai 5 Grappoli A.I.S., sino a sfiorare il massimo del punteggio nelle classifiche di Wine Spectator e Wine Enthusiast. Si presenta al calice in un colore giallo ambrato scuro e conquista immediatamente l´olfatto con profumi che spaziano dall´albicocca candita al miele, oltre ad ananas maturo e fiori di zagara. Un quadro di eccezionale bellezza, completato da un gusto caldo e dolce ma anche sapido, minerale e dalla lunghissima persistenza aromatica sul finale.Sempre della lingua araba, deriva il nome del Sur Sur. Significa grillo e ovviamente il riferimento è alle autoctone uve grillo con le quali viene realizzato questo bianco freschissimo, ideale accompagnamento a primi piatti a base di pesce. 
Si presenta al calice vestito di un brillante e luminoso paglierino. Al naso si apre regalando percezioni floreali ed erbacee, tra cui ricordi di agrumi e note tropicali. Conferisce al palato una piacevole dose di freschezza unita a sapidità, con coerenti ritorni fruttati. 
Dall´unione di Nero d´Avola e Frappato, nasce invece il Floramundi Cerasuolo di Vittoria DOCG, la cui etichetta rappresenta una sintesi perfetta di tale connubio. Floramundi è infatti una figura femminile fantastica che porta in dono meravigliosi intrecci di fiori e di frutti dai toni vellutati. 
Di color rosso brillante, svela al naso un bouquet floreale e fruttato, con buccia di mela rossa, sciroppo di granatina e sentori di ciliegia e frutti di bosco. Appaga il palato grazie al calore e alla morbidezza che emana, rivelando al tempo stesso piacevolissimi tannini dalla grana molto fine che ne agevolano il ritorno fruttato.

A cura di Ludovico Paganelli – www.viaggietentazioni.it

Follow and like us:
Fotografia

A Roma / Barone di Serramarrocco: la selezione dei vini

Seminario di degustazione dalle 16 alle 18,30 e dalle 20 alle 22,30 presso l’Hotel Rome Cavalieri – Via Alberto Cadlolo, 101

Lunedì 25 Marzo 2019
Lazio – Sede centraleOrario: 16:00 – 18:30 – Prezzo: 10,00 €Orario: 20:00 – 22:30 – Prezzo: 10,00 €

Fotografia

Nei pressi del Monte Erice, sul versante collinare che si affaccia verso le Egadi, a pochi chilometri da Segesta, nascono ancora oggi i vigneti di Serramarrocco, da quando nel 2001 Marco di Serramarrocco ha ripreso il progetto di riordino fondiario dell’ex feudo.
Molta attenzione è stata prestata in questi anni, sia al recupero di vecchie piante, provenienti da uno storico Château di Bordeaux, sia alla selezione di varietà autoctone, attraverso l’individuazione di alcune aree particolarmente vocate, in modo da coniugare al meglio il rapporto vitigno-territorio, per realizzare vini di spiccata tipicità.
Scopriremo insieme a Marco di Serramarrocco ed un relatore di Fondazione Italiana Sommelier la selezione dei vini della Vigna di Serramarrocco, distinta in cinque “Crus”: Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele , Sakkara e delle Quojane con l’aggiunta di alcune delle varietà coltivate per tradizione.

  • Ecco le etichette in degustazione
  • Quojane di Serramarrocco 2017
  • Grillo del Barone 2017
  • Barone di Serramarrocco 2015
  • Serramarrocco 2016
  • Sammarcello 2016
  • Baglio di Serramarrocco 2016
  • Nero di Serramarrocco 2014

Prenotazione contestuale al versamento del contributo di partecipazione di € 10 a persona.
L’ingresso in sala di degustazione è consentito esclusivamente agli iscritti alla Fondazione Italiana Sommelier in regola con la quota associativa annuale, che eccezionalmente per questo evento possono essere accompagnati al massimo da due amici o clienti.

Fonte: www.bibenda.it

Follow and like us:

Vino della settimana: Quojane 2013 di Serramarrocco

Zibibbo secco IGP Terre Siciliane.

Delle aziende antichissime in genere si conosce una data di origine abbastanza vaga. Non è il caso di Serramarrocco che è documentata risalire al 1624 con Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles che per i suoi meriti Filippo IV di Spagna fece Barone. 

Erano migliaia di ettari con tanti vigneti che producevano i vini per la Real Corte di Sicilia. Facciamo ora un salto di quasi 4 secoli e arriviamo all’anno 2000 quando, dopo spartizioni ereditarie, vendite e riforma agraria, l’azienda è ridotta a 55 ettari in comune di Fulgatore che arrivano a Marco di Serramarrocco come eredità da suo padre Marcello, famoso giornalista del Corriere della Sera. In realtà l’azienda è in comproprietà col fratello Massimiliano, ma questi continua a fare il medico chirurgo.


(Marco Di Serramarrocco)



Marco aveva intrapreso altra carriera laureandosi in Giurisprudenza a Cambridge e lavorando in importanti società straniere, ma quell’anno capì che la sua missione fosse riprendere queste campagne ormai trascurate, rilanciarle e dedicarsi con passione all’agricoltura, ma di grande qualità. E visto che i suoi terreni erano sempre dediti e vocati ai vigneti, decise che doveva fare vino, quello buono.

Parcellizza la proprietà, ne studia le caratteristiche e impianta a spalliera Perricone o Pignatello, come ama chiamarlo, Nero d’Avola, Cabernet Franc e Sauvignon, Zibibbo, Grillo, il tutto allevato a Guyot doppio, quello di tipo bordolese, a sesti molto fitti, tanto da avere la maggior densità media di tutta la provincia: 7.143 per ettaro onde ottenere basse produzioni. Terreni a quote collinari fino ai 400 m argillosi-calcarei di medio impasto, abbastanza pietrosi. Gli ettari di vigneto sono 23 ma già sono in cantiere altri 11. Alimentato dai laghetti aziendali un impianto di soccorso che serve anche per la fertirrigazione.
 
Il resto è seminativo e lo sfalcio serve anche per concimare. I trattamenti ridotti al minimo, rame e zolfo, in genere 2 o 3 volte l’anno. La consulenza agronomica è di Giuseppe Pellegrino, l’enologo Nicola Centonze. La vigna di Serramarrocco fu la prima ad essere riconosciuta dalla Regione come Erice DOP, oggi è suddivisa in 5 crus. Fino ad oggi Marco non ha una cantina ma è in avanzata fase il progetto che dovrà ricostruire all’uopo gli esistenti ruderi. Attualmente le bottiglie sono 85.000 suddivise in 6 etichette.


(Vigna delle Quojane)

Di queste recensiamo il Quojane, uno zibibbo secco proveniente dall’omonimo cru che prende il nome dalle poiane che frequentano il territorio, che i contadini dialettalmente chiamavano appunto quojane. Dalla vigna di 5,85 ha l’uva è raccolta selezionandola a mano in piccole cassette quando non è ancora perfettamente matura  per mantenerne l’acidità che rendendo più fresco il vino ne stempera la tendenza al dolce. Fermentazione termocontrollata e spontanea in vasche di cemento dove il vino riposa nelle fecce fini per 20 giorni, segue l’affinamento in acciaio per 5 mesi e per 3 in bottiglia.

Nel calice il colore è giallo paglierino quasi dorato. All’olfatto si avverte l’aromaticità dello zibibbo, ma in maniera calibrata non invadente, si sentono il miele, la frutta candita, l’albicocca, la susina gialla, il cedro in un cesto di fascino e piacevolezza. La bocca risulta piena, di densa struttura, dall’equilibrata sapidità e dalla dosata acidità; l’aromaticità arriva nel retrogusto che si evolve verso un finale addirittura quasi asprigno. Grande equilibrio e fascino di un vino secco e profumato.

Fonte: www.cronachedigusto.it

Follow and like us:

Dai giudizi online dei wine lovers, le migliori etichette dei “Vivino’s 2019 Wine Style Awards”

Il giudizio dei wine lover, in quella democrazia diretta che è il web, ha stilato la classifica dei vini preferiti dagli enoappassionati di tutto il mondo, o almeno dei 35 milioni di utenti di Vivino (di cui quasi 3 milioni in Italia), la app più diffusa nel vino, che hanno assaggiato e giudicato migliaia di bottiglie, lasciando milioni di recensioni, che hanno dato vita alla “Vivino’s 2019 Wine Style Awards” (https://www.vivino.com), che raccoglie, ma non ordina, le 50 migliori etichette divise per categoria: rossi, bianchi e bollicine.
Nutrita, e non potrebbe essere altrimenti, la presenza italiana, a partire proprio dai rossi: a fare compagnia a mostri sacri come Domaine de La Romanée-Conti La Tâche Grand Cru 2000, Petrus 2005, Château Latour 1982, Château Margaux 2010 e Château Lafite Rothschild, simboli della Toscana enoica nel mondo come il Brunello di Montalcino 2006 Case Basse di Gianfranco Soldera, il Brunello di Montalcino 2010 Cerretalto di Casanova di Neri ed il Masseto 2005 della Famiglia Frescobaldi, ma anche le griffe top della Valpolicella, dall’Amarone 2003 di Giuseppe Quintarelli all’Amarone Monte Lodoletta 2009 di Romano Dal Forno, fino al meno noto ma altrettanto apprezzato Amarone Riserva 2010 Octavius di Marchesi Fumanelli.
Tra i vini bianchi, invece, la presenza tricolore è decisamente più omogenea, e ben rappresenta la varietà e la ricchezza della produzione bianchista della penisola: si va dal Gaia & Rey 2013 del simbolo del Piemonte enoico Angelo Gaja a Il San Lorenzo 2004 di Fattoria San Lorenzo, nelle Marche, dall’Alteni di Brassica 2015, di nuovo di Gaja, al Beyond The Clouds 2016 della griffe altoatesina Elena Walch, dai siciliani Quojane di Serramarrocco 2017 di Barone di Serramarocco e Didacus 2014 di Planeta, allo Chardonnay 2014 Memundis di Giampiero Marrone, dalle Langhe, dal Pinot Grigio 2017 Vigneto Campo dei Gelsi della friulana Arneces al Donna Giovanna 2017 della calabrese Tenuta Iuzzolini, dal Moscato delle Venezie 2011 Primo Amore di Zonin al MunJebel Classico Bianco 2015 di Frank Cornelissen, sull’Etna.
Infine, le bollicine, categoria in cui a farla da padrone, non senza una certa sorpresa, è il Moscato, che piazza in “top 50” ben 9 etichette, contro le 3 del Prosecco: Moscato d’Asti 2015 di Patrizi, Moscato d’Asti Moncalvina 2017 di Coppo, Moscato d’Asti 2017 di Capetta, Moscato d’Asti 2016 Sant’Ilario di Ca’ d’Gal, Moscato d’Asti 2016 La Caliera di Borgo Maragliano, Moscato d’Asti 2017 Sourgal di Elio Perrone, Moscato d’Asti 2015 Nivole di Michele Chiarlo, Moscato d’Asti 2016 di Ruffino, Moscato d’Asti 2016 de I Vignaioli di S. Stefano e Moscato d’Asti 2017 Le Fronde di Fontanafredda. Tra le bollicine venete, la più bevute e le più esportate al mondo, senza dubbio le più popolari, troviamo invece il Prosecco di Valdobbiadene Cartizze Superiore 2016 di Col Vetoraz, il Valdobbiadene Prosecco Superiore 2016 La Primavera di Barbara di Merotto ed il Prosecco di Valdobbiadene 2017 Más de Fer Rive di Soligo di Andreola.

Fonte: WINE NEWS

Follow and like us:

L’eccellenza del vino siciliano e il barone Serramarrocco ospite al Rossini

Giovedì 7 Febbraio alle 20,30 il maestro dei vini siciliani, il Barone Marco di Serramarrocco, pronipote del nobiluomo Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles, aprirà alcune annate prestigiose del 2015, 2012, 2005, 2003 e 2011.

La Regione Sicilia ha voluto tutelare la produzione, riconoscendo per prima alla “Vigna di Serramarrocco” la Denominazione di Origine Protetta Erice.

Un ambiente dalle condizioni climatiche straordinarie favorisce la viticultura di qualità. Requisito che permette di limitare al massimo i trattamenti impiegando mano d’opera di provata esperienza. Come quella dei viticoltori anziani che praticano la cosiddetta vendemmia negativa, una selezione iniziale che scarta a prescindere i grappoli non ritenuti idonei per conferire al vino un’elevata qualità. In cantina l’attenzione è altissima. Vengono utilizzati con equilibrio solamente legni francesi di primissima qualità, in grado di accompagnare il vino nella maturazione senza comprometterne la finezza.

La terra che permette questa fantastica produzione di nettare, ad Erice, vanta il miglior ”Pignatello” (#Perricone) della Sicilia che con la sua piccola produzione di bottiglie/anno è riuscito a conquistare i palati internazionali, aggiudicandosi mercati esteri di alto livello.
Qualcuno si spinge oltre, mettendo a confronto il Serramarrocco con il Sassicaia della Tenuta San Guido che utilizza gli stessi vitigni madre Rothschild/Lafite.

Sarà una serata speciale. Chi lo desidera può prenotare un tavolo perché la degustazione dei calici di vino saranno accompagnati da tre portate di pesce.


L’ultimo è arrivato il 14 novembre a Roma. Il Barone di Serramarrocco è tra i 609 vini “5 Grappoli” premiati dalla guida dei Sommelier. I verdetti della guida della Fondazione Italiana Sommelier (Fis), guidata da Franco Ricci, racconta la crescita qualitativa, in 20 anni, del vino. In Sicilia il riconoscimento è andato solo a 41 vini.


Le origini del Serramarrocco

La vicinanza con la cultura enologica, si fa evidente nel Serramarrocco, Cabernet Sauvignon 85% e Cabernet Franc 15%, taglio bordolese di riferimento tra quelli Italiani. Oltre alla similitudine con quelli dei cugini d’oltralpe c’è però di più. Le barbatelle della vigna da cui viene prodotto infatti, provengono direttamente da Château Lafite-Rothschild. Circostanza che ha spinto il governo Francese a riconoscere al Serramarrocco una parentela ufficiale con i propri vini, onore concesso solo in un altro caso. Ma a parte questo l’intenzione non è quella di un’imitazione tout court. L’intento è quello di applicare le esperienze transalpine per valorizzare i vitigni locali come Perricone, Nero d’Avola, Grillo e Zibibbo.

Descrizione vigna

La Vigna di Serramarrocco, riconosciuta dalla Regione Sicilia, come prima Erice D.o.p. della provincia di Trapani, è composta da una superficie vitata di circa 22 ettari. Situata ad un’altitudine media di 380 metri s.l.m., nel cuore della Strada del Vino Erice Doc, è caratterizzata da terreni di medio impasto calcareo – argilloso parzialmente limoso e ricchi di scheletro, con elementi ghiaiosi e ciottolosi sparsi.
Gli appezzamenti, coltivati in maggior parte con sistemi di allevamento ad alta densità per ettaro che variano dai 6.250 ai 9.524 ceppi per ettaro, sono destinati ad una produzione di bassa resa, tale da garantire la massima estrazione qualitativa delle singole vigne.
Ad oggi, i vitigni coltivati sono: Pignatello, Nero d’Avola, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Zibibbo, Grillo ed altre varietà autoctone a scopo sperimentale. La Vigna di Serramarrocco si distingue in cinque “Crus” così denominati: Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele , Sakkara e delle Quojane.

Fonte: Quotidiano di Gela

Follow and like us:

La guerra dei TRENTENNI

Il Sole 24 Ore – Massimo Bongiovanni – Novembre 2000

Sono giovani, ma già guidano aziende da migliaia di dipendenti e maneggiano budget plurimiliardari. Sono italiani, ma il loro successo l’hanno costruito all’estero, con studi ed esperienze professionali negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Tornati “a casa” hanno mostrato i muscoli e bruciatoletappe. Massimo Bongiovanni ha incontrato cinque manager che hanno qualche consiglio da dare ai loro coetanei.

Non hanno accettato la più tradizionale via italiana alla carriera. La via condizionata dalla cultura dei “capelli bianchi”, troppo strettamente legata all’anagrafe e all’anzianità. Per questo i protagonisti della nostra storia, quando hanno deciso di accelerare – o addirittura di bruciare – le tappe, sono andati all’estero. E hanno vinto la loro scommessa. Oggi, a poco più di trent’anni, sono diventati manager di alto rango o imprenditori di successo, guidano aziende da migliaia di dipendenti, maneggiano budget plurimiliardari. Nell’immaginario dei loro coetanei, giovani di questo tipo sono considerati. dei privilegiati. Sono belli, giovani e ricchi. Indossano abiti di stoffa pregiata al polso non portano un orologio, ma uno status symbol. Incontrandoli per la prima volta si ha la sensazione che siano anche presuntuosi. E loro, del resto, riconoscono “di avere un’altra stima di se stessi e una bassa dose di umiltà”. Sarebbe però un errore bollare questi giovani uomini con etichette affrettate. Certamente sono più fortunati degli altri, anche perché non sono partiti da zero. L’aiuto delle loro famiglie (facoltose e, talvolta, con nomi impegnativi) è stato decisivo. Eppure la strada che hanno percorso, alla fine, se la sono dovuta conquistare da soli.

In questo senso le vicende di Marco Maria Trischitta di Serramarrocco, Michele Rinaldi, Angelo Moratti, Elio Leoni Sceti e Vincenzo Polli – ma potrebbero essere molte di più, queste sono soltanto rappresentative di un fenomeno – appaiono dense di un orgoglio giustificato. Tanto giustificato da poter costituire un esempio per i molti giovani motivati che, pur senza vantare nomi altisonanti, hanno la voglia e il coraggio di confrontarsi con il mondo. Con un’avvertenza: all’estero, se si hanno i numeri, si impara e si può fare carriera in fretta. Ma con altrettanta rapidità si può essere esclusi e precipitare all’ultimogradino della scala gerarchica o dei meriti. “Tra di noi – dice Marco Marrocco Trischitta di Serramarrocco, 33 anni, figlio di Marcello, celebre caporedattore del Corriere della Sera” morto nel ’96 e nipote del famoso Barone Marrocco ultimo Aiutante di Campo di Re Umberto II – c’é un’amicizia ispirata da un vincolo di solidarietà nato quando frequentavamo le scuole all’estero e muovevamo i primi passi nel mondo del lavoro. Eravamo in pochi, allora ad aver scelto di emigrare. Ci sentivamo dei pionieri consapevoli di appartenere a una classe favorita dalla sorte, ma avvertivamo anche la lontananza dalla famiglia”. E non è stato facile. Marrocco ora è il Sam (Strategic Account Manager) per l’Italia della Aon, secondasocietà di brokeraggio assicurativo del mondo. Significa che lui stabilisce le strategie commerciali della sede italiana, che conta oltre 700 dipendenti con 350 miliardi di lire di premi raccolti nel 2000, e ha la responsabilità delle fusioni e acquisizioni del gruppo in Italia. Oggi è tornato a Roma. Ma il suo traguardo è stato raggiunto al termine di una gavetta all’estero iniziata nell’87. Tutto comincia con una borsa di studio al Cambridge Trinity College di Londra. Marrocco si laurea in legge e va a lavorare per il Broker Alexander Howden. A 25 anni è già direttore, da Londra, del desk italiano. Nel ’93 vince il Lloyd’s award per la specializzazione captive (i Sistemi di finanziamento del rischio). Poi, non contento, si trasferisce a New York per frequentare un corso di management alla Columbia University e un anno dopo ancora un corso in business administration ad Harvard. Finita la fase di preparazione, torna a Londra e viene assunto dalla NikolsSedgwick, broker frutto della joint venture – che opera in Italia , Sudamerica e Spagna – tra Letizia Moratti (51%) e la Sedgwick, che gli affida la responsabilità delle attività estere dalla sede inglese. Il 25 agosto ’98 si ricomincia daccapo. L’americana Marsh acquista la Sedgwick La Moratti compra la quota del 49% della joint venture italiana e rivende il tutto alla Aon, costituendo la AonNikols Spa di cui Lettizia Moratti resta presidente e Carlo Clavarino amministratore delegato.

Viene richiamato in Italia, dove si occupa degli affari esteri di Aon. Il suo (Team viene premiato come il migliore del gruppo Aon per il 1999. Grazie a questo risultato viene appunto nominato Sam della controllata italiana. Undici anni all’estero prima di poter rientrare a casa. Ma adesso Marrocco Trischitta ha un incarico che, se non fosse stato per quegli undici anni, alla sua età’ sarebbe inarrivabile. Neppure i capelli grigi di Michele Rinaldi devono trarre in inganno. A 37 anni, sposato e con tre figli, ha già compiuto un lungo percorso, per molti versi analogo a quello di Marrocco Trischitta, ma con un obiettivo diverso: diventare imprenditore. Il racconto, ancora una volta, parte da Londra, Rinaldi è figlio di un agente della Ras, forse il primo per volume d’affari, ma non accetta di rimanere all’ombra del padre. Dopo gli studi in Bocconi, si trasferisce nella City e riesce ad approdare in uno dei numerosi uffici di brokeraggio assicurativo londinese che sono, secondo la tradizione, i più antichi al mondo. Per emergere si occupa di un ramo di nicchia: l’assistenza: L’attività gli svela i segreti delle polizze infortuni e malattia e delle coperture dei rischi derivanti da viaggi. L’apprendistato è intenso. Fino al 93′ quando si sente pronto per fondare la “sua” azienda, la Global Assistance. E anche lui rientra in Italia. . I risultati sono riassunti nell’ultima operazione realizzata: il Credito Valtellinese è diventato socio di Rinaldi nella Global Assicurazioni, società di brokeraggio avviata nel dicembre ‘99, di cui Rinaldi è amministratore delegato, che ha già collezionato oltre cento miliardi di premi. Erano premi molto diversi invece , quelli cui era abituato Vincenzo Polli, irrequieto virgulto di una dinastia di imprenditori tessili. Trentaquattrenne è figlio di Paolo, morto tre anni fa, e nipote di Edoardo. Non ne voleva sapere di lavorare. Preferiva le gare di offshore, quei motoscafi che corrono a 200 all’ora sul pelo dell’acqua. Preferiva le gare automobilistiche del mondiale Gt. Mieteva anche successi. Nel ‘95, alla guida di uno scafo Tencar con un rnotore a benzina da 16.500 cc, ha conquistato il titolo europeo nella classe 1 e il secondo piazzamento nel mondiale. Di quelle esperienze gli resta una cicatrice sopra l’occhio sinistro per un incidente in macchina, e la passione sfrenata per i motori. Ma anche per lui è giunto, a un certo punto, il momento dell’impegno professionale. A metà degli anni Novanta alcune aziende del gruppo sono in difficoltà e le professionalità all’interno della famiglia non bastano più per reggere il peso della scommessa del rilancio. Polli si rimbocca le maniche. Da dove ricava le competenze necessarie? Anche per lui, nonostante una storia tanto differente da quella degli altri, la ricetta viene da una lunga esperienza all’estero. Prima la laurea in management all’università di Ginevra, poi il master in marketing a San Diego. Così Vincenzo Polli, dopo l’iniziale tiepido approccio con la Manifattura Valbrembana (tessuti per camicie, 210 miliardi di fatturato, mille dipendenti). affronta nel ’97 il risanamento della Valfino di Castrovillari (filati di cotone, 120 miliardi di ricavi, 60 dipendenti), quindi sale sulla poltrona di amministratore delegato della Legler produce tessuto denim, con 400 miliardi di fatturato), la principale azienda del gruppo.

Figlio di papà? Sicuramente. Ma se non si fosse piegato alla necessità di affrontare gli anni di formazione all’estero, di certo la famiglia sarebbe stata costretta a scegliere un Manager esterno. Un altro nome celebre è quello di Angelo Moratti, 36 armi, figlio di Gianmarco e Lina Sotis. Anche la sua sarebbe potuta essere una vita facile. Ma ha scelto, accanto all’impegno nelle attività di famiglia,di affrontare in proprio – come dice lui – . E’ con l’amico Luigi Orsi Carboni, e’ stato l’artefice di Planet Work:, il primo operatore telefonico italiano di reseller vale a dire il primo “pirata” a sfidare il monopolio Telecom, vendendo telefonate internazionali, attraverso operatori esteri, con il 40% di sconto rispetto alle tariffe dell’allora unico gestore italiano. Un miliardo di fatturato nel ’97 quattro nel ’98, 16 nel ’99, cento nel 2000. E da quella iniziativa ha preso forma, grazie all’alleanza con Dixit, E-Planet, società di telefonia mobile ora quotata in Borsa. Anche in questo caso, comunque, . Nuovi e distanti anni luce dall’attività di famiglia, il petrolio. Alla quale, comunque, il diligente Angelo Moratti si è applicato dopo essersi diplomato all’HailEybury College in Gran Bretagna, dopo aver compiuto gli studi universitari alla Columbia di New York e aver ottenuto il master in business administration. A raccontarla così sembra una vita da principe ereditario. Gli ingredienti ci sono tutti, ma sono mescolati ad altri che confermano come . Nell’82 comincia così della Saras, la compagnia petrolifera che gestisce la raffineria sarda del gruppo. Poi ritorna all’estero, per due anni vive a Londra, dove lavora in una società di trading petrolifero (. Una bella definizione. Suo padre era impresario edile, per lui, laureato in Economia e commercio alla Luiss, si preparava una quieta marcia professionale. L’inizio e’ quasi scontato: un posto come assistente marketing alla Procter&Gamble a Roma. Ma dopo due anni comincia la rivoluzione. . Inappagato, Leoni Sceti scopre il fascino dei Paesi dell’Est usciti dal comunismo. E’ troppo presto però. Le difficoltà politiche contribuiscono a far naufragare l’idea di lanciare in Cecoslovacchia una catena di distribuzione per i cosmetici. Così, grazie a un cacciatore di teste, rientra in gioco come manager e approda alla Benckiser a Bruxelles. Nel ’93, sempre per Benckiser, va negli Stati Uniti ad assumere la direzione marketing. Nel ’95 diventa direttore generale della filiale tedesca. A 29 anni. E’ un record. Dopo due anni lascia la Germania. Alle sue spalle un incremento di fatturato del 20% che gli vale la carica di amministratore delegato della controllata Mira Lanza in Italia. Parlerà italiano solo per 36 mesi. Nel novembre del ’99 si consuma la fusione tra ReckittColman e Benckiser. Viene chiamato per poche settimane nel quartier generale di Londra e quindi, da gennaio, nominato presidente del gruppo per il Nord America. Detto in soldoni, un incarico che vale la guida di duemila dipendenti in sei stabilimenti per circa 2.400 miliardi di lire di fatturato. Leoni Sceti, tra i cinque, è quello che riesce meglio a dare una visione di insieme a tutto questo correre. E a questo confondersi di luoghi, lingue e culture che non gli ha comunque impedito di sposare Maria, un’americana conosciuta a Roma, e di avere tre figli: .

All’estero, si hanno i numeri, si impara e si può crescere in fretta. Ma con la stessa rapidità si può precipitare all’ultimo gradino della scala gerarchica

(Massimo Bongiovanni)

Follow and like us: