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A Roma / Barone di Serramarrocco: la selezione dei vini

Seminario di degustazione dalle 16 alle 18,30 e dalle 20 alle 22,30 presso l’Hotel Rome Cavalieri – Via Alberto Cadlolo, 101

Lunedì 25 Marzo 2019
Lazio – Sede centraleOrario: 16:00 – 18:30 – Prezzo: 10,00 €Orario: 20:00 – 22:30 – Prezzo: 10,00 €

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Nei pressi del Monte Erice, sul versante collinare che si affaccia verso le Egadi, a pochi chilometri da Segesta, nascono ancora oggi i vigneti di Serramarrocco, da quando nel 2001 Marco di Serramarrocco ha ripreso il progetto di riordino fondiario dell’ex feudo.
Molta attenzione è stata prestata in questi anni, sia al recupero di vecchie piante, provenienti da uno storico Château di Bordeaux, sia alla selezione di varietà autoctone, attraverso l’individuazione di alcune aree particolarmente vocate, in modo da coniugare al meglio il rapporto vitigno-territorio, per realizzare vini di spiccata tipicità.
Scopriremo insieme a Marco di Serramarrocco ed un relatore di Fondazione Italiana Sommelier la selezione dei vini della Vigna di Serramarrocco, distinta in cinque “Crus”: Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele , Sakkara e delle Quojane con l’aggiunta di alcune delle varietà coltivate per tradizione.

  • Ecco le etichette in degustazione
  • Quojane di Serramarrocco 2017
  • Grillo del Barone 2017
  • Barone di Serramarrocco 2015
  • Serramarrocco 2016
  • Sammarcello 2016
  • Baglio di Serramarrocco 2016
  • Nero di Serramarrocco 2014

Prenotazione contestuale al versamento del contributo di partecipazione di € 10 a persona.
L’ingresso in sala di degustazione è consentito esclusivamente agli iscritti alla Fondazione Italiana Sommelier in regola con la quota associativa annuale, che eccezionalmente per questo evento possono essere accompagnati al massimo da due amici o clienti.

Fonte: www.bibenda.it

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Vino della settimana: Quojane 2013 di Serramarrocco

Zibibbo secco IGP Terre Siciliane.

Delle aziende antichissime in genere si conosce una data di origine abbastanza vaga. Non è il caso di Serramarrocco che è documentata risalire al 1624 con Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles che per i suoi meriti Filippo IV di Spagna fece Barone. 

Erano migliaia di ettari con tanti vigneti che producevano i vini per la Real Corte di Sicilia. Facciamo ora un salto di quasi 4 secoli e arriviamo all’anno 2000 quando, dopo spartizioni ereditarie, vendite e riforma agraria, l’azienda è ridotta a 55 ettari in comune di Fulgatore che arrivano a Marco di Serramarrocco come eredità da suo padre Marcello, famoso giornalista del Corriere della Sera. In realtà l’azienda è in comproprietà col fratello Massimiliano, ma questi continua a fare il medico chirurgo.


(Marco Di Serramarrocco)



Marco aveva intrapreso altra carriera laureandosi in Giurisprudenza a Cambridge e lavorando in importanti società straniere, ma quell’anno capì che la sua missione fosse riprendere queste campagne ormai trascurate, rilanciarle e dedicarsi con passione all’agricoltura, ma di grande qualità. E visto che i suoi terreni erano sempre dediti e vocati ai vigneti, decise che doveva fare vino, quello buono.

Parcellizza la proprietà, ne studia le caratteristiche e impianta a spalliera Perricone o Pignatello, come ama chiamarlo, Nero d’Avola, Cabernet Franc e Sauvignon, Zibibbo, Grillo, il tutto allevato a Guyot doppio, quello di tipo bordolese, a sesti molto fitti, tanto da avere la maggior densità media di tutta la provincia: 7.143 per ettaro onde ottenere basse produzioni. Terreni a quote collinari fino ai 400 m argillosi-calcarei di medio impasto, abbastanza pietrosi. Gli ettari di vigneto sono 23 ma già sono in cantiere altri 11. Alimentato dai laghetti aziendali un impianto di soccorso che serve anche per la fertirrigazione.
 
Il resto è seminativo e lo sfalcio serve anche per concimare. I trattamenti ridotti al minimo, rame e zolfo, in genere 2 o 3 volte l’anno. La consulenza agronomica è di Giuseppe Pellegrino, l’enologo Nicola Centonze. La vigna di Serramarrocco fu la prima ad essere riconosciuta dalla Regione come Erice DOP, oggi è suddivisa in 5 crus. Fino ad oggi Marco non ha una cantina ma è in avanzata fase il progetto che dovrà ricostruire all’uopo gli esistenti ruderi. Attualmente le bottiglie sono 85.000 suddivise in 6 etichette.


(Vigna delle Quojane)

Di queste recensiamo il Quojane, uno zibibbo secco proveniente dall’omonimo cru che prende il nome dalle poiane che frequentano il territorio, che i contadini dialettalmente chiamavano appunto quojane. Dalla vigna di 5,85 ha l’uva è raccolta selezionandola a mano in piccole cassette quando non è ancora perfettamente matura  per mantenerne l’acidità che rendendo più fresco il vino ne stempera la tendenza al dolce. Fermentazione termocontrollata e spontanea in vasche di cemento dove il vino riposa nelle fecce fini per 20 giorni, segue l’affinamento in acciaio per 5 mesi e per 3 in bottiglia.

Nel calice il colore è giallo paglierino quasi dorato. All’olfatto si avverte l’aromaticità dello zibibbo, ma in maniera calibrata non invadente, si sentono il miele, la frutta candita, l’albicocca, la susina gialla, il cedro in un cesto di fascino e piacevolezza. La bocca risulta piena, di densa struttura, dall’equilibrata sapidità e dalla dosata acidità; l’aromaticità arriva nel retrogusto che si evolve verso un finale addirittura quasi asprigno. Grande equilibrio e fascino di un vino secco e profumato.

Fonte: www.cronachedigusto.it

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Dai giudizi online dei wine lovers, le migliori etichette dei “Vivino’s 2019 Wine Style Awards”

Il giudizio dei wine lover, in quella democrazia diretta che è il web, ha stilato la classifica dei vini preferiti dagli enoappassionati di tutto il mondo, o almeno dei 35 milioni di utenti di Vivino (di cui quasi 3 milioni in Italia), la app più diffusa nel vino, che hanno assaggiato e giudicato migliaia di bottiglie, lasciando milioni di recensioni, che hanno dato vita alla “Vivino’s 2019 Wine Style Awards” (https://www.vivino.com), che raccoglie, ma non ordina, le 50 migliori etichette divise per categoria: rossi, bianchi e bollicine.
Nutrita, e non potrebbe essere altrimenti, la presenza italiana, a partire proprio dai rossi: a fare compagnia a mostri sacri come Domaine de La Romanée-Conti La Tâche Grand Cru 2000, Petrus 2005, Château Latour 1982, Château Margaux 2010 e Château Lafite Rothschild, simboli della Toscana enoica nel mondo come il Brunello di Montalcino 2006 Case Basse di Gianfranco Soldera, il Brunello di Montalcino 2010 Cerretalto di Casanova di Neri ed il Masseto 2005 della Famiglia Frescobaldi, ma anche le griffe top della Valpolicella, dall’Amarone 2003 di Giuseppe Quintarelli all’Amarone Monte Lodoletta 2009 di Romano Dal Forno, fino al meno noto ma altrettanto apprezzato Amarone Riserva 2010 Octavius di Marchesi Fumanelli.
Tra i vini bianchi, invece, la presenza tricolore è decisamente più omogenea, e ben rappresenta la varietà e la ricchezza della produzione bianchista della penisola: si va dal Gaia & Rey 2013 del simbolo del Piemonte enoico Angelo Gaja a Il San Lorenzo 2004 di Fattoria San Lorenzo, nelle Marche, dall’Alteni di Brassica 2015, di nuovo di Gaja, al Beyond The Clouds 2016 della griffe altoatesina Elena Walch, dai siciliani Quojane di Serramarrocco 2017 di Barone di Serramarocco e Didacus 2014 di Planeta, allo Chardonnay 2014 Memundis di Giampiero Marrone, dalle Langhe, dal Pinot Grigio 2017 Vigneto Campo dei Gelsi della friulana Arneces al Donna Giovanna 2017 della calabrese Tenuta Iuzzolini, dal Moscato delle Venezie 2011 Primo Amore di Zonin al MunJebel Classico Bianco 2015 di Frank Cornelissen, sull’Etna.
Infine, le bollicine, categoria in cui a farla da padrone, non senza una certa sorpresa, è il Moscato, che piazza in “top 50” ben 9 etichette, contro le 3 del Prosecco: Moscato d’Asti 2015 di Patrizi, Moscato d’Asti Moncalvina 2017 di Coppo, Moscato d’Asti 2017 di Capetta, Moscato d’Asti 2016 Sant’Ilario di Ca’ d’Gal, Moscato d’Asti 2016 La Caliera di Borgo Maragliano, Moscato d’Asti 2017 Sourgal di Elio Perrone, Moscato d’Asti 2015 Nivole di Michele Chiarlo, Moscato d’Asti 2016 di Ruffino, Moscato d’Asti 2016 de I Vignaioli di S. Stefano e Moscato d’Asti 2017 Le Fronde di Fontanafredda. Tra le bollicine venete, la più bevute e le più esportate al mondo, senza dubbio le più popolari, troviamo invece il Prosecco di Valdobbiadene Cartizze Superiore 2016 di Col Vetoraz, il Valdobbiadene Prosecco Superiore 2016 La Primavera di Barbara di Merotto ed il Prosecco di Valdobbiadene 2017 Más de Fer Rive di Soligo di Andreola.

Fonte: WINE NEWS

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L’eccellenza del vino siciliano e il barone Serramarrocco ospite al Rossini

Giovedì 7 Febbraio alle 20,30 il maestro dei vini siciliani, il Barone Marco di Serramarrocco, pronipote del nobiluomo Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles, aprirà alcune annate prestigiose del 2015, 2012, 2005, 2003 e 2011.

La Regione Sicilia ha voluto tutelare la produzione, riconoscendo per prima alla “Vigna di Serramarrocco” la Denominazione di Origine Protetta Erice.

Un ambiente dalle condizioni climatiche straordinarie favorisce la viticultura di qualità. Requisito che permette di limitare al massimo i trattamenti impiegando mano d’opera di provata esperienza. Come quella dei viticoltori anziani che praticano la cosiddetta vendemmia negativa, una selezione iniziale che scarta a prescindere i grappoli non ritenuti idonei per conferire al vino un’elevata qualità. In cantina l’attenzione è altissima. Vengono utilizzati con equilibrio solamente legni francesi di primissima qualità, in grado di accompagnare il vino nella maturazione senza comprometterne la finezza.

La terra che permette questa fantastica produzione di nettare, ad Erice, vanta il miglior ”Pignatello” (#Perricone) della Sicilia che con la sua piccola produzione di bottiglie/anno è riuscito a conquistare i palati internazionali, aggiudicandosi mercati esteri di alto livello.
Qualcuno si spinge oltre, mettendo a confronto il Serramarrocco con il Sassicaia della Tenuta San Guido che utilizza gli stessi vitigni madre Rothschild/Lafite.

Sarà una serata speciale. Chi lo desidera può prenotare un tavolo perché la degustazione dei calici di vino saranno accompagnati da tre portate di pesce.


L’ultimo è arrivato il 14 novembre a Roma. Il Barone di Serramarrocco è tra i 609 vini “5 Grappoli” premiati dalla guida dei Sommelier. I verdetti della guida della Fondazione Italiana Sommelier (Fis), guidata da Franco Ricci, racconta la crescita qualitativa, in 20 anni, del vino. In Sicilia il riconoscimento è andato solo a 41 vini.


Le origini del Serramarrocco

La vicinanza con la cultura enologica, si fa evidente nel Serramarrocco, Cabernet Sauvignon 85% e Cabernet Franc 15%, taglio bordolese di riferimento tra quelli Italiani. Oltre alla similitudine con quelli dei cugini d’oltralpe c’è però di più. Le barbatelle della vigna da cui viene prodotto infatti, provengono direttamente da Château Lafite-Rothschild. Circostanza che ha spinto il governo Francese a riconoscere al Serramarrocco una parentela ufficiale con i propri vini, onore concesso solo in un altro caso. Ma a parte questo l’intenzione non è quella di un’imitazione tout court. L’intento è quello di applicare le esperienze transalpine per valorizzare i vitigni locali come Perricone, Nero d’Avola, Grillo e Zibibbo.

Descrizione vigna

La Vigna di Serramarrocco, riconosciuta dalla Regione Sicilia, come prima Erice D.o.p. della provincia di Trapani, è composta da una superficie vitata di circa 22 ettari. Situata ad un’altitudine media di 380 metri s.l.m., nel cuore della Strada del Vino Erice Doc, è caratterizzata da terreni di medio impasto calcareo – argilloso parzialmente limoso e ricchi di scheletro, con elementi ghiaiosi e ciottolosi sparsi.
Gli appezzamenti, coltivati in maggior parte con sistemi di allevamento ad alta densità per ettaro che variano dai 6.250 ai 9.524 ceppi per ettaro, sono destinati ad una produzione di bassa resa, tale da garantire la massima estrazione qualitativa delle singole vigne.
Ad oggi, i vitigni coltivati sono: Pignatello, Nero d’Avola, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Zibibbo, Grillo ed altre varietà autoctone a scopo sperimentale. La Vigna di Serramarrocco si distingue in cinque “Crus” così denominati: Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele , Sakkara e delle Quojane.

Fonte: Quotidiano di Gela

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La guerra dei TRENTENNI

Il Sole 24 Ore – Massimo Bongiovanni – Novembre 2000

Sono giovani, ma già guidano aziende da migliaia di dipendenti e maneggiano budget plurimiliardari. Sono italiani, ma il loro successo l’hanno costruito all’estero, con studi ed esperienze professionali negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Tornati “a casa” hanno mostrato i muscoli e bruciatoletappe. Massimo Bongiovanni ha incontrato cinque manager che hanno qualche consiglio da dare ai loro coetanei.

Non hanno accettato la più tradizionale via italiana alla carriera. La via condizionata dalla cultura dei “capelli bianchi”, troppo strettamente legata all’anagrafe e all’anzianità. Per questo i protagonisti della nostra storia, quando hanno deciso di accelerare – o addirittura di bruciare – le tappe, sono andati all’estero. E hanno vinto la loro scommessa. Oggi, a poco più di trent’anni, sono diventati manager di alto rango o imprenditori di successo, guidano aziende da migliaia di dipendenti, maneggiano budget plurimiliardari. Nell’immaginario dei loro coetanei, giovani di questo tipo sono considerati. dei privilegiati. Sono belli, giovani e ricchi. Indossano abiti di stoffa pregiata al polso non portano un orologio, ma uno status symbol. Incontrandoli per la prima volta si ha la sensazione che siano anche presuntuosi. E loro, del resto, riconoscono “di avere un’altra stima di se stessi e una bassa dose di umiltà”. Sarebbe però un errore bollare questi giovani uomini con etichette affrettate. Certamente sono più fortunati degli altri, anche perché non sono partiti da zero. L’aiuto delle loro famiglie (facoltose e, talvolta, con nomi impegnativi) è stato decisivo. Eppure la strada che hanno percorso, alla fine, se la sono dovuta conquistare da soli.

In questo senso le vicende di Marco Maria Trischitta di Serramarrocco, Michele Rinaldi, Angelo Moratti, Elio Leoni Sceti e Vincenzo Polli – ma potrebbero essere molte di più, queste sono soltanto rappresentative di un fenomeno – appaiono dense di un orgoglio giustificato. Tanto giustificato da poter costituire un esempio per i molti giovani motivati che, pur senza vantare nomi altisonanti, hanno la voglia e il coraggio di confrontarsi con il mondo. Con un’avvertenza: all’estero, se si hanno i numeri, si impara e si può fare carriera in fretta. Ma con altrettanta rapidità si può essere esclusi e precipitare all’ultimogradino della scala gerarchica o dei meriti. “Tra di noi – dice Marco Marrocco Trischitta di Serramarrocco, 33 anni, figlio di Marcello, celebre caporedattore del Corriere della Sera” morto nel ’96 e nipote del famoso Barone Marrocco ultimo Aiutante di Campo di Re Umberto II – c’é un’amicizia ispirata da un vincolo di solidarietà nato quando frequentavamo le scuole all’estero e muovevamo i primi passi nel mondo del lavoro. Eravamo in pochi, allora ad aver scelto di emigrare. Ci sentivamo dei pionieri consapevoli di appartenere a una classe favorita dalla sorte, ma avvertivamo anche la lontananza dalla famiglia”. E non è stato facile. Marrocco ora è il Sam (Strategic Account Manager) per l’Italia della Aon, secondasocietà di brokeraggio assicurativo del mondo. Significa che lui stabilisce le strategie commerciali della sede italiana, che conta oltre 700 dipendenti con 350 miliardi di lire di premi raccolti nel 2000, e ha la responsabilità delle fusioni e acquisizioni del gruppo in Italia. Oggi è tornato a Roma. Ma il suo traguardo è stato raggiunto al termine di una gavetta all’estero iniziata nell’87. Tutto comincia con una borsa di studio al Cambridge Trinity College di Londra. Marrocco si laurea in legge e va a lavorare per il Broker Alexander Howden. A 25 anni è già direttore, da Londra, del desk italiano. Nel ’93 vince il Lloyd’s award per la specializzazione captive (i Sistemi di finanziamento del rischio). Poi, non contento, si trasferisce a New York per frequentare un corso di management alla Columbia University e un anno dopo ancora un corso in business administration ad Harvard. Finita la fase di preparazione, torna a Londra e viene assunto dalla NikolsSedgwick, broker frutto della joint venture – che opera in Italia , Sudamerica e Spagna – tra Letizia Moratti (51%) e la Sedgwick, che gli affida la responsabilità delle attività estere dalla sede inglese. Il 25 agosto ’98 si ricomincia daccapo. L’americana Marsh acquista la Sedgwick La Moratti compra la quota del 49% della joint venture italiana e rivende il tutto alla Aon, costituendo la AonNikols Spa di cui Lettizia Moratti resta presidente e Carlo Clavarino amministratore delegato.

Viene richiamato in Italia, dove si occupa degli affari esteri di Aon. Il suo (Team viene premiato come il migliore del gruppo Aon per il 1999. Grazie a questo risultato viene appunto nominato Sam della controllata italiana. Undici anni all’estero prima di poter rientrare a casa. Ma adesso Marrocco Trischitta ha un incarico che, se non fosse stato per quegli undici anni, alla sua età’ sarebbe inarrivabile. Neppure i capelli grigi di Michele Rinaldi devono trarre in inganno. A 37 anni, sposato e con tre figli, ha già compiuto un lungo percorso, per molti versi analogo a quello di Marrocco Trischitta, ma con un obiettivo diverso: diventare imprenditore. Il racconto, ancora una volta, parte da Londra, Rinaldi è figlio di un agente della Ras, forse il primo per volume d’affari, ma non accetta di rimanere all’ombra del padre. Dopo gli studi in Bocconi, si trasferisce nella City e riesce ad approdare in uno dei numerosi uffici di brokeraggio assicurativo londinese che sono, secondo la tradizione, i più antichi al mondo. Per emergere si occupa di un ramo di nicchia: l’assistenza: L’attività gli svela i segreti delle polizze infortuni e malattia e delle coperture dei rischi derivanti da viaggi. L’apprendistato è intenso. Fino al 93′ quando si sente pronto per fondare la “sua” azienda, la Global Assistance. E anche lui rientra in Italia. . I risultati sono riassunti nell’ultima operazione realizzata: il Credito Valtellinese è diventato socio di Rinaldi nella Global Assicurazioni, società di brokeraggio avviata nel dicembre ‘99, di cui Rinaldi è amministratore delegato, che ha già collezionato oltre cento miliardi di premi. Erano premi molto diversi invece , quelli cui era abituato Vincenzo Polli, irrequieto virgulto di una dinastia di imprenditori tessili. Trentaquattrenne è figlio di Paolo, morto tre anni fa, e nipote di Edoardo. Non ne voleva sapere di lavorare. Preferiva le gare di offshore, quei motoscafi che corrono a 200 all’ora sul pelo dell’acqua. Preferiva le gare automobilistiche del mondiale Gt. Mieteva anche successi. Nel ‘95, alla guida di uno scafo Tencar con un rnotore a benzina da 16.500 cc, ha conquistato il titolo europeo nella classe 1 e il secondo piazzamento nel mondiale. Di quelle esperienze gli resta una cicatrice sopra l’occhio sinistro per un incidente in macchina, e la passione sfrenata per i motori. Ma anche per lui è giunto, a un certo punto, il momento dell’impegno professionale. A metà degli anni Novanta alcune aziende del gruppo sono in difficoltà e le professionalità all’interno della famiglia non bastano più per reggere il peso della scommessa del rilancio. Polli si rimbocca le maniche. Da dove ricava le competenze necessarie? Anche per lui, nonostante una storia tanto differente da quella degli altri, la ricetta viene da una lunga esperienza all’estero. Prima la laurea in management all’università di Ginevra, poi il master in marketing a San Diego. Così Vincenzo Polli, dopo l’iniziale tiepido approccio con la Manifattura Valbrembana (tessuti per camicie, 210 miliardi di fatturato, mille dipendenti). affronta nel ’97 il risanamento della Valfino di Castrovillari (filati di cotone, 120 miliardi di ricavi, 60 dipendenti), quindi sale sulla poltrona di amministratore delegato della Legler produce tessuto denim, con 400 miliardi di fatturato), la principale azienda del gruppo.

Figlio di papà? Sicuramente. Ma se non si fosse piegato alla necessità di affrontare gli anni di formazione all’estero, di certo la famiglia sarebbe stata costretta a scegliere un Manager esterno. Un altro nome celebre è quello di Angelo Moratti, 36 armi, figlio di Gianmarco e Lina Sotis. Anche la sua sarebbe potuta essere una vita facile. Ma ha scelto, accanto all’impegno nelle attività di famiglia,di affrontare in proprio – come dice lui – . E’ con l’amico Luigi Orsi Carboni, e’ stato l’artefice di Planet Work:, il primo operatore telefonico italiano di reseller vale a dire il primo “pirata” a sfidare il monopolio Telecom, vendendo telefonate internazionali, attraverso operatori esteri, con il 40% di sconto rispetto alle tariffe dell’allora unico gestore italiano. Un miliardo di fatturato nel ’97 quattro nel ’98, 16 nel ’99, cento nel 2000. E da quella iniziativa ha preso forma, grazie all’alleanza con Dixit, E-Planet, società di telefonia mobile ora quotata in Borsa. Anche in questo caso, comunque, . Nuovi e distanti anni luce dall’attività di famiglia, il petrolio. Alla quale, comunque, il diligente Angelo Moratti si è applicato dopo essersi diplomato all’HailEybury College in Gran Bretagna, dopo aver compiuto gli studi universitari alla Columbia di New York e aver ottenuto il master in business administration. A raccontarla così sembra una vita da principe ereditario. Gli ingredienti ci sono tutti, ma sono mescolati ad altri che confermano come . Nell’82 comincia così della Saras, la compagnia petrolifera che gestisce la raffineria sarda del gruppo. Poi ritorna all’estero, per due anni vive a Londra, dove lavora in una società di trading petrolifero (. Una bella definizione. Suo padre era impresario edile, per lui, laureato in Economia e commercio alla Luiss, si preparava una quieta marcia professionale. L’inizio e’ quasi scontato: un posto come assistente marketing alla Procter&Gamble a Roma. Ma dopo due anni comincia la rivoluzione. . Inappagato, Leoni Sceti scopre il fascino dei Paesi dell’Est usciti dal comunismo. E’ troppo presto però. Le difficoltà politiche contribuiscono a far naufragare l’idea di lanciare in Cecoslovacchia una catena di distribuzione per i cosmetici. Così, grazie a un cacciatore di teste, rientra in gioco come manager e approda alla Benckiser a Bruxelles. Nel ’93, sempre per Benckiser, va negli Stati Uniti ad assumere la direzione marketing. Nel ’95 diventa direttore generale della filiale tedesca. A 29 anni. E’ un record. Dopo due anni lascia la Germania. Alle sue spalle un incremento di fatturato del 20% che gli vale la carica di amministratore delegato della controllata Mira Lanza in Italia. Parlerà italiano solo per 36 mesi. Nel novembre del ’99 si consuma la fusione tra ReckittColman e Benckiser. Viene chiamato per poche settimane nel quartier generale di Londra e quindi, da gennaio, nominato presidente del gruppo per il Nord America. Detto in soldoni, un incarico che vale la guida di duemila dipendenti in sei stabilimenti per circa 2.400 miliardi di lire di fatturato. Leoni Sceti, tra i cinque, è quello che riesce meglio a dare una visione di insieme a tutto questo correre. E a questo confondersi di luoghi, lingue e culture che non gli ha comunque impedito di sposare Maria, un’americana conosciuta a Roma, e di avere tre figli: .

All’estero, si hanno i numeri, si impara e si può crescere in fretta. Ma con la stessa rapidità si può precipitare all’ultimo gradino della scala gerarchica

(Massimo Bongiovanni)

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