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Barone di Serramarrocco, Château del Mediterraneo

Fonte: L’ASSAGIATORE – di Alessandro Brizi, con la collaborazione di Riccardo Cassisa delegato regionale ONAV Sicilia

Un antico feudo vinicolo in un luogo incantato, un broker della finanza londinese che torna alle origini e tanto coraggio nelle scelte di tutti i giorni. Questo il mix, vincente, di un autentico spirito bordolese nel cuore del Mare Nostrum.
Il filosofo e padre del pragmatismo americano Ralph Waldo Emerson scriveva che «la fiducia in se stessi è l’essenza dell’eroismo». Un’etica individuale basata sulla passione e sul valore dell’azione che riassume, perfettamente, la storia della cantina Barone di Serramarrocco: Château tutto italiano nel cuore del Mediterraneo. Ci troviamo in provincia di Trapani, a Erice, luogo del mito di Afrodite e montagna sospesa tra mare ed etere che domina l’agro vinicolo più esteso d’Europa.
Qui la storia eroica di coloro i quali diverranno i baroni di Serramarrocco comincia con la peste del 1624, quella stessa raccontata dal Manzoni ne I promessi sposi. Durante l’epidemia il Capitano di Giustizia di Salemi e Signore di Serramarrocco Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles strappò a morte certa centinaia e centinaia di concittadini assicurando, a proprie spese, cure, ricoveri e pasti caldi, sorvegliando, al contempo, porti e approdi della zona, soggetti più che mai durante la pestilenza agli attacchi della pirateria ottomana. Tanto impegno e tale valore indussero Filippo IV, re di Spagna e di Sicilia, a elevare la signoria di Serramarrocco al rango di baronia, concedendo il medesimo privilegio su un feudo reale già allora famoso per la bontà delle sue uve, foriere dei più apprezzati vini della Reale Corte di Sicilia.


Sebbene nei secoli il feudo abbia sempre prosperato, per rivedere fulgida l’innata vocazione enologica di queste affascinanti quanto dure terre, bisognerà arrivare al 2001, anno in cui Marco Maria Marrocco Trischitta, barone di Serramarrocco, lascia il mondo della finanza dei Lloyd’s di Londra per tornare alle proprie radici. Investendo tutto il capitale accumulato in anni di lavoro nella City, decide di fare il vignaiolo a tempo pieno nell’antico feudo di famiglia, irresistibile magnete anche per un giovane broker di successo. Da questo momento in poi è un susseguirsi di atti di eroismo: personali, professionali, diversi da quello del lontano 1624 ma altrettanto coraggiosi e pionieristici nell’ambito di una definitiva riqualificazione dell’ambiente viticolo e rurale della campagna di Erice.
«In quegli anni – ricorda Marco di Serramarrocco – la selezione delle uve, con cloni di Cabernet sauvignon e franc provenienti dalla collezione dei Rothschild, lo studio dei suoli e del clima, ma soprattutto le alte densità per ettaro in campo, con 9.524 ceppi per ettaro per il Cabernet sauvignon e 7.143 per il Pignatello (altro nome del Perricone, N.d.R.) sono stati, sì, degli atti di puro eroismo in campo enoico».
L’investimento principale nei vigneti, totalmente ribaltati nelle forme e nella concezione rispetto alla “tradizione” del luogo, provocarono, così come racconta Marco, «un atteggiamento di distacco dei lavoratori locali, dovuto non solo alla non condivisione delle scelte ma anche alla preoccupazione di non avere proficui raccolti di uva negli anni a venire. L’obiettivo qui in Sicilia – spiega – anche dopo il Duemila era sempre la quantità; il mio era la qualità, una gioiosa qualità. I miei predecessori sostenevano che la vigna dovesse soffrire, io dico invece che la vigna deve gioire e la competizione tra le piante crea i presupposti di questa beatitudine. Le radici tendono sempre a ramificarsi orizzontalmente, soprattutto con la concimazione e l’irrigazione. Viceversa, la competizione radicale crea un muro di radici che costringe le stesse a scendere in profondità, assorbendo il più possibile le sostanze nutritive dei nostri terreni sassosi, di origine marina e ricchi di fossili».

“Io dico che la vigna deve gioire e la competizione tra
le piante crea i presupposti di questa beatitudine”


Proprio come per il broker londinese Max Skinner, protagonista del film Un’ottima annata (2006) interpretato da Russel Crowe, Marco di Serramarrocco si trova catapultato in una dimensione riottosa e quasi “ostile” al cambiamento ma, allo stesso tempo, ricca di stimoli, ricordi e curiose coincidenze. «Pensa – sorride Marco – che il film è stato girato nel palazzo del Lloyd’s di Londra e l’ufficio del personaggio di Russel Crowe era nel piano in cui io lavoravo. Poi, nel 2006, quando uscì il film, fu anche la prima annata del nostro vino Barone di Serramarrocco: un Pignatello in purezza, il nostro Coin Perdu». Ma i ricordi si inseguono nello sguardo e nel pensiero di Marco, che subito svela: «produrre vino di qualità era il sogno di mio padre Marcello, scomparso a 57 anni nel 1996, così quando venne meno anche mia nonna Maria Carmela, donna straordinariamente forte, ci fu quello che amo definire “il richiamo della foresta”. L’idea era di riprendere in mano il sogno di papà e la notte prima dell’8 luglio del 2003, giorno del primo imbottigliamento del Serramarrocco 2001, trovai nella sua biblioteca un libretto, Consigli sul metodo di coltivazione della vite, in cui c’era una dedica e l’augurio di realizzare il suo sogno di vignaiolo; alla data della dedica mio padre aveva 35 anni, 6 mesi e un giorno. Quell’8 luglio, quando la lessi, io avevo esattamente la sua stessa età: 35 anni, 6 mesi e un giorno».


Sei le vigne della tenuta, tutte oltre i 320 metri di altitudine (Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele, Vigna delle Quojane, Vigna Sakkara e Vigna del Baglio), veri e propri cru che la Regione Sicilia, con il D.D.G. n° 3198 del 2 luglio 2013 ha voluto tutelare con la denominazione “Vigna di Serramarrocco”, primo vigneto riconosciuto della DOC Erice. La più antica è la Vigna del Capitano, poco meno di 3 ettari riservati al Cabernet sauvignon. Esclusivamente a Pignatello, invece, il vigneto Sammarcello, fondo di poco meno di 4 ettari dedicato al padre di Marco; mentre il regno del Cabernet franc è la Vigna Sammichele (2,2 ettari), patrono della famiglia Serramarrocco.
Nella Vigna delle Quojane, oltre a una storica famiglia di poiane da cui prende il nome, dimorano le varietà a bacca bianca Zibibbo e Grillo, mentre Vigna Sakkara (1,8 ettari) e Vigna del Baglio, poco meno di 5 ettari, sono “consacrate” al Nero d’Avola. «Facciamo due vendemmie all’anno – afferma il Barone di Serramarrocco – una negativa e una positiva. La prima è il passaggio degli anziani che conoscono perfettamente le vigne e decidono, escludendolo dalla raccolta, cosa non portare in cantina. Poi arrivano i giovani, che prendono quello che gli anziani hanno lasciato da raccogliere. In cantina poi, un’ulteriore selezione delle uve, eseguita per tutte le nostre etichette, completa la cernita». Le varietà sono sempre vinificate in vasche d’acciaio, ciascun vigneto separatamente, con lunga macerazione sulle bucce per quelle a bacca rossa, così da ricavare la massima estrazione di colore e tannino, predisponendo i vini anche a lunghi invecchiamenti. Questo il preludio delle etichette prodotte dai grappoli di Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele e Sakkara: vini che riposano in barrique di rovere Tronçais di Allier di primo e secondo passaggio della capacità di 300 litri per 6 fino a 18 mesi, prima di andare in bottiglia e diventare testimoni, negli anni, del lavoro coraggioso ed eroico dell’unico, vero e inimitabile Château del Mediterraneo.

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